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Le Dimore....II

Palazzo Lampedusa, Palermo

Costruito intorno al XVI secolo da Cesare d'Aragona, Palazzo Lampedusa fu la sede del Conservatorio femminile di Santa Maria dell’Annunziata, ospitò poi il seminario Real Calasanzio e nel 1788 divenne proprietà di Giuseppe Tomasi e Valguarnera, Principe di Lampedusa.

 È il luogo dove mosse i suoi primi passi il celebre autore del "Gattopardo", legato tanto visceralmente alla sua casa, da restare traumatizzato dalla sua distruzione, tra i luoghi dei suoi "Ricordi d'infanzia", Tomasi rievoca i suoi personali sentimenti per la casa: “La amavo con abbandono assoluto e la amo ancora adesso quando essa da dodici anni non è più che un ricordo”.
Il Palazzo Lampedusa, sito nell’omonima via in Palermo, occupava una superfice di mq. 2.350 compresi i cortili e la villetta; il frontone principale misurava 46 metri con due portoni e nove finestre.

 Dalla sua fabbricazione, l'altro da una terrazza. Sempre al pianterreno si trovavano, rimesse, scuderie,
magazzini di derrate, alloggio di bassa servitù, magazzini per l'amministrazione; al piano nobile la dimora del maggiorasco e i saloni di ricevimento, Il secondo piano invece era addetto all'alloggio dei figli e dei cadetti di famiglia; in un altro reparto l'alloggio dei camerieri.
Oggi della vecchia casa rimane solo la stanza da letto della madre, i servizi qualche salone nell'unica ala ancora integra del palazzo. Distrutto dalle bombe il piano nobile, cancellato lo scalone monumentale, in briciole due bei cortili.

 La casa natale tanto amata da Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo, è oggi un palazzo che non esiste più, colpito a morte dalle bombe che il 5 aprile del 1943 furono lanciate sulla città; già il 1 luglio
1998, Gianni Farinetti così descrisse sulle pagine de 'La Stampa' lo stato di Palazzo Lampedusa:
"Sul lato destro si leggono ancora vaghi architravi di finestre, la facciata spartita dai due portoni e da piccoli ingressi secondari ora murati con grigi blocchi di cemento. Un alianthus cresce rigoglioso nelle inaccessibili macerie, la chioma sparge la sua modesta ombra sulla piccola via abbandonata.
Non ci sono abitazioni in questo tratto, solo un cadente edificio moderno ed il fianco severo del palazzo dell'ex Monte dei Pegni con le sue inferriate carcerarie. Lampedusa ricorda che durante i bombardamenti
queste si scagliarono contro il palazzo di fronte, penetrando nei saloni, con l'effetto che si può immaginare.

Ma non si può immaginare, solo intuire, il dolore di Tommasi che, accorso dopo il bombardamento. Riuscì
soltanto a riempire una borsa di pochi effetti personali della moglie e si incamminò verso Bagheria, raggiunse a piedi la casa del principe di Mirto a Santa Flavia e per tre giorni si rinchiuse in una stanza, rifiutandosi di parlare".

Palazzo Butera, Palermo

Palazzo Butera, Palermo - Tomasi et Palma

Nel 1849, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, astronomo dilettante, lo acquistò con l’indennizzo versatogli dalla Corona, per l’espropriazione dell’isola di Lampedusa, Palazzo Butera, posto nell'omonima via, aveva un ingresso che immetteva in un atrio carrozzabile, ed un cortile scoperto dove vi erano rimesse, magazzini e scuderie. Gli armatori si sono susseguiti molti rifacimenti, uno complessivo alla metà del '700, e un altro restauro parziale che è stato citato dello stesso Giuseppe Maria Vittorio intorno 1891, con abbellimenti e riparazioni.  

Di fatto alla fine del 1800, il palazzo doveva conservare la sua piena unità stilistica originaria, ovvero quella della metà del '700, ma doveva esser ridotto in deplorevoli condizioni a causa dell'usura dei pavimenti e degli infissi.
Dalle sue descrizioni, si evince che il suo assetto di residenza patrizia era completo rispetto agli altri palazzi delle famiglie nobili di Palermo; il fronte su via Lampedusa aveva i tratti della maniera palermitana corrente verso la metà del '600; i portoni sono larghi con bugna a losanghe sulle parastre;
il cortile principale con due portici uno sovrastato da un loggiato De Pace lo ebbero prima dei Tomasi, lo trasformarono secondo il gusto del tempo, realizzando il grande scalone d’ingresso e il parquet a doghe di ciliegio e noce per la sala da ballo.
L'edificio consta di due piani, al primo un appartamento vasto che dava verso il mare, con soffitti alquanto bassi; ed un altro appartamento schedava verso via Butera con volte più alte, al secondo piano, era il grande “appartamento principesco" con cinque balconi verso mare che si affacciano su una terrazza, con vasti ambienti, volte alte e ben decorate, verso via Butera un altro appartamento, il quarto, sempre al secondo piano.
I due appartamenti, che davano verso il mare, erano destinati alla famiglia, ovvero il piano nobile al Principe e quello sottostante con volte basse ai figli e ai cadetti; esso occupava un’area di 580 mq con un frontone di circa 20m  nella stessa via, Giulio Fabrizio aveva comprato dall'Ordine dei Cavalieri di Malta un secondo palazzo posto fra quello dei Butera e quello dei Baucina, esso dopo una decina di anni fu venduto, e non fumai abitato da Giulio Fabrizio, ma se ne servì per occasionali colazioni sulla terrazza che dava verso il mare. Fu successivamente ricomprato dallo  stesso scrittore nel 1947, ma egli non ne curò l'allestimento, che fu fatto dalla moglie Licy che si occupò, oltre dei restauri dell’appartamento e
della terrazza, anche del trasferimento delle suppellettili superstiti di via Lampedusa, si parla anche della riutilizzazione delle mattonelle settecentesche superstiti che originariamente erano collocate nella terrazza interna, e riallocate sulla terrazza di Via Butera 28 ed è l'attuale Palazzo Lampedusa.
Il figlio adottivo, Gioacchino Lanza Tomasi ha riunificato l’intera proprietà e compiuto un completo restauro dell’edificio.

 L’arredamento ha il carattere delle grandi dimore patrizie palermitane e presenta una raccolta
di mobili ed arredi della migliore ebanisteria siciliana. La biblioteca Dello scrittore e la sala da ballo sono in gran parte arredate con mobili provenienti dal distrutto Palazzo Lampedusa; gli altri ambienti con mobili ed arredi provenienti dal Palazzo Lanza di Mazzarino, il fascino principale del palazzo risiede nella sua posizione e nel gioco degli spazi e delle luci.

Il Palazzo degli Scolopi

Il Palazzo degli Scolopi - Tomasi et Palma

Ora ospita il Palazzo Municipale di Palma di Montechiaro, è certamente uno degli edifici tardobarocchi, lasciatoci in eredità dai Duchi di Palma, fra i più belli della città. Fu edificato nel 1698 da Giulio II e portato a termine l'8 settembre 1712; subito dopo il Card. Giuseppe M. Tomasi, pur trovandosi a Roma nella
Basilica di Sant'Andrea della Valle, sede della congregazione dei Chierici Regolari Teatini, al cui ordine apparteneva, volle istituire nel Palazzo un Istituto delle Scuole Pie che il futuro Santo affidò ai Padri Scolopi di San Giuseppe Calasanzio. L’Istituto delle Scuole Pie divenne nell'ottocento una vera e propria Università, tanto che fu frequentato da diversi rampolli dell’aristocrazia isolana. Annesso ad esso è la Chiesa della Sacra Famiglia

 

 

La Torre San Carlo ,Palma

La Torre San Carlo ,Palma - Tomasi et Palma

La costa del Ducato di Palma era diventata base d’appoggio dei corsari specialmente
nell'insenature detta delle "Balatelle" pyratarum magnum diverticulum” e il Duca Carlo I ottenne da Filippo IV Re di Spagna il permesso di far edigere una "Torre armata" più vicino al paese, ma in collegamento visivo col Castello di Montechiaro. Pare sia stata edificata nel 1639 da Domenico Gatto e fu intitolata a San Carlo, dotandola di artiglieri e soldati di guardia comandata da un caporale e possedeva due cannoni. Subito vi fu aggiunta una piccola chiesa, oggi non più esistente, dedicata al Santissimo Rosario, guidata da un cappellano, affinché tutti i cittadini, comprese le truppe, potessero mantenersi cristiani fervorosi.
La torre San Carlo, nella quale venne trasferito il granaio già nei magazzini del Castello, s'innalza su un corpo quadrangolare su un basamento forma di piramide tronca, vi sono tracce che indicano l'esistenza un tempo del ponte levatoio e mensoloni sui quali dovevano poggiare i
piombatoi.
Ancora nel 1820 la Torre manteneva apparati di difesa, poiché si ricorda che Don angelo Scopelliti Berti, a guida di un comitato rivoluzionario locale metteva a disposizione per la difesa della libertà "li cannoni, li cannoncini le spingarde della Torre".
Sempre alla Torre è legata una legenda  portava una cassetta con i resti di Frate Alpio di San Giuseppe Scalzo, caduto prigioniero dei turchi e da questi ucciso e bruciato il 17 febbraio1645. Le ossa, osservate subito da Giovan Battista Hodierna, sembravano disposte a forma di colomba come gli era apparsa la cometa dell'anno precedente; presagio evidente del miracoloso arrivo.
Il Duca Giulio I promosse immediatamente il processo di beatificazione di Frate Alpio, martire della fede, e le reliquie vennero traslate in Palma nella cappella di San Felice nel Monastero.

 

Palazzo Filangeri Cutò, Santa Margherita Belice (Tp)

Palazzo Filangeri Cutò,  Santa Margherita Belice (Tp) - Tomasi et Palma

Dei Filangeri, Principi di Cutò di Santa Margherita Belice, eretto nel XVII secolo, è comunemente chiamato Palazzo del “Gattopardo “perché legato alla memoria del famoso romanzo, presenta un'ampia facciata in cui si aprono eleganti portali, tribune e finestre.

L’imponente struttura, con l’annesso florido parco e teatro, si presenta come dimora autosufficiente, dotato di teatro, cappella, locali di rappresentanza e di un’Ampio giardino, costruito sulle preesistenze di una rocca araba, si sviluppò a partire dal XVII secolo come residenza del fondatore del paese Antonio Corbera; mantenne sempre un valore emblematico del potere feudale all'interno del territorio di S. Margherita Belice, fino al tramonto del baronaggio alla fine dell'800.
Nel 1921, dopo la vendita frazionata di alcune sue parti, inizia il lento declino del complesso; nel 1968 venne in gran parte distrutto dal terremoto ed è stato completamente restaurato e oggi e sede del Comune, rende ancora l’idea di quella che fu la prestigiosa residenza estiva della famiglia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

 Il Palazzo è anche sede del "Parco letterario e Museo del Gattopardo" in onore al celebre scrittore,
che qui trascorse lunghi periodi della sua infanzia, nei suoi ambienti è possibile riconoscere il "Palazzo di Donnafugata", in cui si rifanno le pagine e le memorabili scene del Gattopardo.

In quello che rimane della magnifica seicentesca Chiesa Madre è stato realizzato "Il Museo della Memoria": centinaia di fotografie ricordano i nove paesi della valle del Belice colpiti dal terremoto del 15 gennaio 1968 e i momenti immediatamente seguenti la distruzione, le macerie, i volti delle popolazioni duramente provate, e poi la ricostruzione e la rinascita del paese...



 

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