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La Sicilia del romamzo...

 - Tomasi et Palma

 Nella Sicilia di G.Tomasi , mettiamo in evidenza che quest'isola è specchio e continuità della Sicilia di Verga, di De Roberto e di Brancati, ma anche di Lucio Piccolo, di Bartolo Cattafi, di Giuseppe Bonaviri: una Sicilia che celebra la sua cruda disperazione e la sua crisi, la sua ancestrale rustica violenza e la sua morbida estenuazione di tramonto. È, questa Sicilia, un universo di vite esiliate, di deluse speranze, dì perenne inganno, di interminabili sconfitte. In merito al paesaggio, diciamo subito che l'ambiente, il clima, lo scenario naturale siciliano costituiscono - secondo Tomasi di Lampedusa - le forze che tutte insieme hanno formato l'animo dei Siciliani, forse più che le dominazioni straniere. Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'arsura dannata, come lui stesso scrive; questo paesaggio che non è mai meschino, mai terra terra, mai distensivo...; questo paesaggio che a poche miglia di distanza ha l'inferno intorno a Randazzo e la bellezza incomparabile della baia di Taormina; questo clima che c'infligge sei mesi di febbre a 40 gradi; questa nostra estate lunga e tetra, quanto l'inverno russo contiene di fatto gli archetipi del nostro carattere.

In Sicilia, noi siamo stati sempre "invasi" e sempre "truffati" dai nostri stessi conquistatori... Qui la decadenza non è un dato congiunturale, ma un dato permanente. Qui, hanno rapinato tutti: i romani, con i loro massicci disboscamenti, gli spagnoli, i piemontesi, i mafiosi, i politici e tutti coloro che ne hanno impedito proditoriamente lo sviluppo.

Quest'isola, invasa, conquistata, saccheggiata, è stata tagliata fuori dalla storia dei grandi popoli e delle grandi culture.

Io credo che Tomasi di Lampedusa avrebbe sottoscritto queste amare considerazioni, perché la Sicilia dell'uno e dell'altro scrittore hanno tantissimi punti in comune, allo stesso modo in cui ce li hanno con tutti i grandi scrittori siciliani moderni e contemporanei. Peraltro, G. Tomasi e Sciascia sono tra i pochissimi intellettuali che non se ne sono mai voluti andare dalla loro terra, da questa nostra terra nei confronti della quale hanno firmato dichiarazioni d'amore singolarissime.Vincenzo Consolo, un altro dei grandi scrittori contemporanei più ascoltati e conosciuti in Europa, sulla Sicilia esprime giudizi che lasciano il segno, anche doloroso. Nel ripercorrere la storia recente del nostro Paese, il narratore Santagatese non assolve nessuno, neanche sé stesso.  Ritornando ora al nostro tema quello cioè della Sicilia di G. Tomasi, mettiamo in evidenza che quest'isola è specchio e continuità della Sicilia di Verga, di De Roberto e di Brancati, ma anche di Lucio Piccolo, di Bartolo Cattafi, di Giuseppe Bonaviri: una Sicilia che celebra la sua cruda disperazione e la sua crisi, la sua ancestrale rustica violenza e la sua morbida estenuazione di tramonto. È, questa Sicilia, un universo di vite esiliate, di deluse speranze, dì perenne inganno, di interminabili sconfitte. In merito al paesaggio, diciamo subito che l'ambiente, il clima, lo scenario naturale siciliano costituiscono - secondo Tomasi di Lampedusa - le forze che tutte insieme hanno formato l'animo dei Siciliani, forse più che le dominazioni straniere. Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'arsura dannata, come lui stesso scrive; questo paesaggio che non è mai meschino, mai terra terra, mai distensivo...; questo paesaggio che a poche miglia di distanza ha l'inferno intorno a Randazzo e la bellezza incomparabile della baia di Taormina; questo clima che c'infligge sei mesi di febbre a 40 gradi; questa nostra estate lunga e tetra, quanto l'inverno russo contiene di fatto gli archetipi del nostro carattere. Per quel che concerne il carattere dei Siciliani, possiamo dire che esso è rappresentato con un realismo argomentativo e polemico impressionante, all’acutezza dello scandaglio psicologico, per l'intelligenza - pessimistica quanto vogliamo - dello sguardo intento a frugare tra le pieghe dell'anima. Noi siamo gente contorta, capziosa, pirandelliana, abituata da millenni a spaccare il capello in quattro, a sottilizzare, a cercare il pelo nell'uovo.

Tomasi di Lampedusa ci rimprovera mille difetti e scrive per noi un decalogo, o un catalogo, di difetti che nessuno di noi può negare, anche se non vogliamo che altri ce li rinfacci, si tratti pure di uno scrittore della statura del Gattopardo.

“In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare".

 “Da 25 secoli almeno portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori; nessuna germogliata da noi stessi, nessuna creata in Sicilia”.

“Da 25 secoli noi siamo colonia. Non solo. La Sicilia viene raffigurata dal Nostro come una vecchia centenaria trascinata in carrozzino... che non comprende nulla, che s'impipa di tutto”.

Lampedusa definisce oniriche tutte le nostre manifestazioni, anche le più violente. Parla di immobilità voluttuosa, di pigrizia, di sensualità come desiderio di oblio, come desiderio di morte; come desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora come desiderio di morte.

 

" I termini morto, morte, defunto ritornano circolarmente in questo romanzo, perché il romanzo rappresenta la Sicilia dentro una visione cupa del mondo, cupa e senza speranza, dominata da un senso di paralisi e di impotenza, attratta voluttuosamente solo dalla morte e dal nulla. Tomasi compie un'operazione chirurgica all'interno del suo corpo per svelarne i mali. I mali che quell'operazione mette a nudo non sono condivisione, ma denuncia. Non sono accettazione, ma lucidissima radiografia. Che il Principe Fabrizio rimanga immobilizzato nel suo passato e in quello di una Sicilia borbonica è argomento altro, da discutere in altra sede”.

 

“L’amarezza del Principe non consiste nel fatto che la società siciliana finisca nelle mani dei Sedara, ma nel fatto che i Sedara non sono affatto migliori dei Borboni o dei Salina. Con i Sedara la Sicilia cambierà, ma non cambierà in meglio. L'inferno ideologico evocato dal Principe Fabrizio nella celebre conversazione con l'inviato piemontese Chevalley non finisce qui. Noi ci crediamo dei, noi siamo dei. La ragione della nostra diversità consiste in quel sentimento di superiorità che barbaglia - scrive l'autore - negli occhi dei siciliani: questo sentimento noi chiamiamo «fierezza», mentre esso è semplicemente «cecità».  In sintesi, il fiume della vita scorre fra questi due estremi:

 

Nunc et in hora mortis nostrae" da una parte e quel ‘mucchietto di polvere...’ con cui il romanzo finisce, dall'altra”.

 “Don Fabrizio appartiene a una classe festosa e dissennata - come la definisce un critico - immobile e sull'orlo della rovina. E appunto in questa Sicilia in eterna, inarrestabile decadenza; in questa Sicilia splendida e desolata, solare e tenebrosa, concreta e sognatrice, esplicita e misteriosa, a cavallo fra i vecchi e i nuovi tempi; in quel 1860 dell'unificazione nazionale, ennesima mascherata storica - per il Lampedusa - di una stasi costante e tetragona, si colloca e si sostanzia la metafora dell'uomo, dell'uomo fuori del tempo e dello spazio”.

 Ecco perché - secondo me - II Gattopardo fornisce un ritratto emblematico, efficacissimo, a tutto tondo, sotto il profilo storico, delle contraddizioni risorgimentali e di quelle post-risorgimentali, e dì alcuni mali profondi che sono presenti, vivi e vitali ancora oggi.

 Non per nulla la provincia di Messina è stata collocata all'ultimo posto, l'anno scorso, nella graduatoria italiana delle città con più basso livello della qualità della vita..

Della Sicilia Tomasi è un osservatore interno ed esterno, attentissimo, acutissimo, intelligentissimo,la Sicilia, che Tomasi assume come simbolo, è un luogo della mente e dell'anima, in cui è possibile rappresentare le due facce principali dell'isola, il suo bifrontismo stridenti, contraddittorio, individuabile sempre nella sua cultura e nella sua storia.

 Le due facce sono quella mitica e quella storica. Al mito appartiene l'immagine di una Sicilia inabissata nella sua impenetrabilità, nella sua immobilità - dobbiamo cambiare tutto per non cambiare nulla - di una Sicilia fissata nel suo destino di terra di conquista, estranea e indifferente a tutto ciò che nella storia si muove, cammina e si evolve. Questa è la Sicilia in cui ogni cosa è intrisa di morte (pensiamo al paesaggio violento e abbacinante di luce).

 

La seconda Sicilia, quella storica, è la Sicilia dell'inguaribile orgoglio, di quel roccioso sentimento di perfezione che rappresenta la sua condanna, il suo male profondo”.

 

E c'è un terzo aspetto a cui voglio fare un veloce riferimento: del potere. Il potere con i suoi mutamenti, col suo incessante alternarsi di élites di dirigenti, secondo Tomasi si ripropone sempre lo stesso, sempre uguale. I cambiamenti di potere hanno un solo scopo e un solo valore: mantenere quell'immobile equilibrio che il Lampedusa denuncia dall'inizio alla fine del romanzo. “Il gattopardo in conclusione, è il romanzo dei sentimenti, ma anche un romanzo in cui troviamo una sottilissima, ma polemica e malinconica analisi storica, che non confluisce nel conservatorismo, nella sfiducia, nel rifiuto del progresso. Caso mai è il romanzo della fine, della fine di un'epoca, della fine di una classe, ma non un romanzo reazionario. Ha ragione, secondo me, Mario Alicata, il quale scrive: «... la verità è che la vicenda storica è solo un pretesto in quest'opera, un motivo accessorio e caduco, continuamente sopraffatto da quello più autentico e fertile di esiti poetici: il lamento cioè sulla sterilità delle illusioni e dell'agire umano, il senso dell'inevitabile decadere delle cose e degli uomini”.

 

“Due i piani narrativi, due gli atteggiamenti che continuamente s'intersecano e si contaminano: la ricostruzione oggettiva di alcuni momenti della storia siciliana e l'esigenza autobiografica, l'abbandono cioè alla memoria, la quale immerge la ricostruzione storica in quel senso della vanità delle cose umane, in quell'atmosfera di morte, che è il motivo più autentico del Gattopardo. Tomasi cerca di recuperare - come fanno più o meno tutti gli scrittori siciliani, a partire da Verga, - la memoria di un mondo ormai definitivamente tramontato”.

 

Della Sicilia del Gattopardo si sono date diverse e opposte interpretazioni, tante quante sono le ideologie, i valori, i percorsi intellettuali, le convinzioni politiche e le convinzioni personali dei critici, di quelli veri e di quelli improvvisati o estemporanei. Molti hanno osannato il mondo rappresentato dal Lampedusa; altri lo hanno buttato giù e demolito con un'acredine astiosa e prevenuta,le spiegazioni potrebbero essere tante. Una me l'ha fornita lo stesso prof. Bent Parodi, quando ha detto - nel corso di una conferenza tenuta alla villa della Fondazione Piccolo - che oggi la cultura e l'arte che vengono dalla classe aristocratica non piacciono. Tutto deve venire necessariamente dal popolo. Lo dimostra il fatto che – come scriveva un giornalista di un grande quotidiano - la Vittoria di Samotracia e la Venere di Milo-, devono essere considerate Beni culturali dello stesso valore e alla pari di un manufatto contadino custodito in uno dei tanti musei etno- antropologici della Sicilia.

 

 Chiunque vuole conoscere la Sicilia, a mio avviso, deve conoscere la sia letteratura, che è letteratura europea, mai letteratura «siciliana» nel senso restrittivo, negativo e provinciale. I Siciliani, politici compresi, anzi fondamentalmente politici, dovrebbero meditare e riflettere, riflettere e meditare su quanto dice della Sicilia Tomasi di Lampedusa, perché troverebbero qui, le chiavi di decodificazione dell'enigma Sicilia, e i tanti perché dei fallimenti di questa terra.

Mi siano consentiti ancora pochissimi minuti, più specificamente rivolti ai giovani presenti: c'è un male epidemico nella nostra regione che è stato chiamato mal di Sicilia, una sorta di virus antico che ha contagiato e continua a contagiare tutti gli scrittori siciliani. Eppure, questi scrittori costituiscono il patrimonio più prezioso della nostra terra. Perché? Perché gli scrittori sono la voce della nostra coscienza più segreta e più malata.

 

 

"Ci sono libri ed Il gattopardo e uno di essi che contengono più verità, di quante siano contenute in molti altri libri di storia............"

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 - Tomasi et Palma

In Sicilia, noi siamo stati sempre "invasi" e sempre "truffati" dai nostri stessi conquistatori... Qui la decadenza non è un dato congiunturale, ma un dato permanente. Qui, hanno rapinato tutti: i romani, con i loro massicci disboscamenti, gli spagnoli, i piemontesi, i mafiosi, i politici e tutti coloro che ne hanno impedito proditoriamente lo sviluppo.

Quest'isola, invasa, conquistata, saccheggiata, è stata tagliata fuori dalla storia dei grandi popoli e delle grandi culture.

Io credo che Tomasi di Lampedusa avrebbe sottoscritto queste amare considerazioni, perché la Sicilia dell'uno e dell'altro scrittore hanno tantissimi punti in comune, allo stesso modo in cui ce li hanno con tutti i grandi scrittori siciliani moderni e contemporanei. Peraltro, G.Tomasi e Sciascia sono tra i pochissimi intellettuali che non se ne sono mai voluti andare dalla loro terra, da questa nostra terra nei confronti della quale hanno firmato dichiarazioni d'amore singolarissime.

Vincenzo Consolo, un altro dei grandi scrittori contemporanei più ascoltati e conosciuti in Europa, sulla Sicilia esprime giudizi che lasciano il segno, anche doloroso. Nel ripercorrere la storia recente del nostro Paese, il narratore Santagatese non assolve nessuno, neanche se stesso.  Ritornando ora al nostro tema  quello cioè della Sicilia di G.Tomasi , mettiamo in evidenza che quest'isola è specchio e continuità della Sicilia di Verga, di De Roberto e di Brancati, ma anche di Lucio Piccolo, di Bartolo Cattafi, di Giuseppe Bonaviri: una Sicilia che celebra la sua cruda disperazione e la sua crisi, la sua ancestrale rustica violenza e la sua morbida estenuazione di tramonto. E', questa Sicilia, un universo di vite esiliate, di deluse speranze, dì perenne inganno, di interminabili sconfitte. In merito al paesaggio, diciamo subito che l'ambiente, il clima, lo scenario naturale siciliano costituiscono - secondo Tomasi di Lampedusa - le forze che tutte insieme hanno formato l'animo dei Siciliani, forse più che le dominazioni straniere. Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'arsura dannata, come lui stesso scrive; questo paesaggio che non è mai meschino, mai terra terra, mai distensivo...; questo paesaggio che a poche miglia di distanza ha l'inferno intorno a Randazzo e la bellezza incomparabile della baia di Taormina; questo clima che c'infligge sei mesi di febbre a 40 gradi; questa nostra estate lunga e tetra, quanto l'inverno russo contiene di fatto gli archetipi del nostro carattere. Per quel che concerne il carattere dei Siciliani, possiamo dire che esso è rappresentato con un realismo argomentativo e polemico impressionante, all’acutezza dello scandaglio psicologico, per l'intelligenza - pessimistica quanto vogliamo - dello sguardo intento a frugare tra le pieghe dell'anima. Noi siamo gente contorta, capziosa, pirandelliana, abituata da millenni a spaccare il capello in quattro, a sottilizzare, a cercare il pelo nell'uovo.

Tomasi di Lampedusa ci rimprovera mille difetti e scrive per noi un decalogo, o un catalogo, di difetti che nessuno di noi può negare, anche se non vogliamo che altri ce li rinfacci, si tratti pure di uno scrittore della statura del Gattopardo.

“In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare".

“Da 25 secoli almeno portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori; nessuna germogliata da noi stessi, nessuna creata in Sicilia”.

“ Da 25 secoli noi siamo colonia. Non solo. La Sicilia viene raffigurata dal Nostro come una vecchia centenaria trascinata in carrozzino... che non comprende nulla, che s'impipa di tutto”.

“Lampedusa definisce oniriche tutte le nostre manifestazioni, anche le più violente. Parla di immobilità voluttuosa, di pigrizia, di sensualità come desiderio di oblio, come desiderio di morte; come desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora come desiderio di morte.

" I termini morto, morte, defunto ritornano circolarmente in questo romanzo, perché il romanzo rappresenta la Sicilia dentro una visione cupa del mondo, cupa e senza speranza, dominata da un senso di paralisi e di impotenza, attratta voluttuosamente solo dalla morte e dal nulla. Tomasi compie un'operazione chirurgica all'interno del suo corpo per svelarne i mali.I mali che quell'operazione mette a nudo non sono condivisione, ma denuncia. Non sono accettazione, ma lucidissima radiografia. Che il Principe Fabrizio rimanga immobilizzato nel suo passato e in quello di una Sicilia borbonica è argomento altro, da discutere in altra sede”.

“ L'amarezza del Principe non consiste nel fatto che la società siciliana finisca nelle mani dei Sedara, ma nel fatto che i Sedara non sono affatto migliori dei Borboni o dei Salina. Con i Sedara la Sicilia cambierà, ma non cambierà in meglio. L'inferno ideologico evocato dal Principe Fabrizio nella celebre conversazione con l'inviato piemontese Chevalley non finisce qui. Noi ci crediamo dei, noi siamo dei. La ragione della nostra diversità consiste in quel sentimento di superiorità che barbaglia - scrive l'autore - negli occhi dei siciliani: questo sentimento noi chiamiamo «fierezza», mentre esso è semplicemente «cecità».  In sintesi, il fiume della vita scorre fra questi due estremi:

Nunc et in hora mortis nostrae" da una parte e quel ‘mucchietto di polvere...’ con cui il romanzo finisce, dall'altra”.

“Don Fabrizio appartiene a una classe festosa e dissennata - come la definisce un critico - immobile e sull'orlo della rovina. E appunto in questa Sicilia in eterna, inarrestabile decadenza; in questa Sicilia splendida e desolata, solare e tenebrosa, concreta e sognatrice, esplicita e misteriosa, a cavallo fra i vecchi e i nuovi tempi; in quel 1860 dell'unificazione nazionale, ennesima mascherata storica - per il Lampedusa - di una stasi costante e tetragona, si colloca e si sostanzia la metafora dell'uomo, dell'uomo fuori del tempo e dello spazio”.

” Ecco perché - secondo me - II Gattopardo fornisce un ritratto emblematico, efficacissimo, a tutto tondo, sotto il profilo storico, delle contraddizioni risorgimentali e di quelle post-risorgimentali, e dì alcuni mali profondi che sono presenti, vivi e vitali ancora oggi. "

“ Non per nulla la provincia di Messina è stata collocata all'ultimo posto, l'anno scorso, nella graduatoria italiana delle città con più basso livello della qualità della vita”.

“ Della Sicilia Tomasi è un osservatore interno ed esterno, attentissimo, acutissimo, intelligentissimo”.

 

“ La Sicilia, che Tomasi assume come simbolo, è un luogo della mente e dell'anima, in cui è possibile rappresentare le due facce principali dell'isola, il suo bifrontismo stridenti, contraddittorio, individuabile sempre nella sua cultura e nella sua storia”.

Le due facce sono quella mitica e quella storica. Al mito appartiene l'immagine di una Sicilia inabissata nella sua impenetrabilità, nella sua immobilità - dobbiamo cambiare tutto per non cambiare nulla - di una Sicilia fissata nel suo destino di terra di conquista, estranea e indifferente a tutto ciò che nella storia si muove, cammina e si evolve. Questa è la Sicilia in cui ogni cosa è intrisa di morte (pensiamo al paesaggio violento e abbacinante di luce).

 

“ La seconda Sicilia, quella storica, è la Sicilia dell'inguaribile orgoglio, di quel roccioso sentimento di perfezione che rappresenta la sua condanna, il suo male profondo”.

E c'è un terzo aspetto a cui voglio fare un veloce riferimento: del potere. Il potere con i suoi mutamenti, col suo incessante alternarsi di élites di dirigenti, secondo Tomasi si ripropone sempre lo stesso, sempre uguale. I cambiamenti di potere hanno un solo scopo e un solo valore: mantenere quell'immobile equilibrio che il Lampedusa denuncia dall'inizio alla fine del romanzo. 

 

  

 - Tomasi et Palma

Il gattopardo in conclusione, è il romanzo dei sentimenti, ma anche un romanzo in cui troviamo una sottilissima, ma polemica e malinconica analisi storica, che non confluisce nel conservatorismo, nella sfiducia, nel rifiuto del progresso. Caso mai è il romanzo della fine, della fine di un'epoca, della fine di una classe, ma non un romanzo reazionario. Ha ragione, secondo me, Mario Alicata, il quale scrive: «... la verità è che la vicenda storica è solo un pretesto in quest'opera, un motivo accessorio e caduco, continuamente sopraffatto da quello più autentico e fertile di esiti poetici: il lamento cioè sulla sterilità delle illusioni e dell'agire umano, il senso dell'inevitabile decadere delle cose e degli uomini”.

“ Due i piani narrativi, due gli atteggiamenti che continuamente s'intersecano e si contaminano: la ricostruzione oggettiva di alcuni momenti della storia siciliana e l'esigenza autobiografica, l'abbandono cioè alla memoria, la quale immerge la ricostruzione storica in quel senso della vanità delle cose umane, in quell'atmosfera di morte, che è il motivo più autentico del Gattopardo. Tomasi cerca di recuperare - come fanno più o meno tutti gli scrittori siciliani, a partire da Verga, - la memoria di un mondo ormai definitivamente tramontato”.

“ Della Sicilia del Gattopardo si sono date diverse e opposte interpretazioni, tante quante sono le ideologie, i valori, i percorsi intellettuali, le convinzioni politiche e le convinzioni personali dei critici, di quelli veri e di quelli improvvisati o estemporanei. Molti hanno osannato il mondo rappresentato dal Lampedusa; altri lo hanno buttato giù e demolito con un'acredine astiosa e prevenuta

“ Le spiegazioni potrebbero essere tante. Una me l'ha fornita lo stesso prof. Bent Parodi, quando ha detto - nel corso di una conferenza tenuta alla villa della Fondazione Piccolo - che oggi la cultura e l'arte che vengono dalla classe aristocratica non piacciono. Tutto deve venire necessariamente dal popolo. Lo dimostra il fatto che – come scriveva un giornalista di un grande quotidiano - la Vittoria di Samotracia e la Venere di Milo-, devono essere considerate Beni culturali dello stesso valore e alla pari di un manufatto contadino custodito in uno dei tanti musei etno- antropologici della Sicilia”.

 “ Chiunque vuole conoscere la Sicilia, a mio avviso, deve conoscere la sia letteratura, che è letteratura europea, mai letteratura «siciliana» nel senso restrittivo, negativo e provinciale.I Siciliani, politici compresi, anzi fondamentalmente politici, dovrebbero meditare e riflettere, riflettere e meditare su quanto dice della Sicilia Tomasi di Lampedusa, perché troverebbero qui, le chiavi di decodificazione dell'enigma Sicilia,e  i tanti perché dei  fallimenti di questa terra”.

Mi siano consentiti ancora pochissimi minuti, più specificamente rivolti ai giovani presenti: c'è un male epidemico nella nostra regione che è stato chiamato mal di Sicilia, una sorta di virus antico che ha contagiato e continua a contagiare tutti gli scrittori siciliani. Eppure, questi scrittori costituiscono il patrimonio più prezioso della nostra terra. Perché? Perché gli scrittori sono la voce della nostra coscienza più segreta e più malata.

  

Ci sono ibri ed Il gattopardo e uno di essi che contengono piu' verita ,di quante siano contenute in molti altri libri di storia............

 - Tomasi et Palma

C'è una Sicilia amata da Sciascia, che è quella mitica dell'infanzia, dei ricordi ritagliati e composti in idillio. Qui c'è, dice Sciascia: una condanna naturale alla solitudine. Qui è radicata l'idea che per essere completamente se stessi bisogna essere soli; che la solitudine è il luogo di ritrovamento di sé... Quando si è soli  confessa ancora Sciascia si è portati, per esempio, ad accettare il mondo così com'è, a non trasformarlo... Forse per questo secondo Sciascia la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, soprattutto, sconfitte degli uomini ragionevoli...

E' inevitabile dire che la Sicilia è il prodotto della sua storia: e questa sua storia è esclusivamente storia di invasioni.

In Sicilia, noi siamo stati sempre "invasi" e sempre "truffati" dai nostri stessi conquistatori... Qui la decadenza non è un dato congiunturale, ma un dato permanente. Qui, hanno rapinato tutti: i romani, con i loro massicci disboscamenti, gli spagnoli, i piemontesi, i mafiosi, i politici e tutti coloro che ne hanno impedito proditoriamente lo sviluppo.

Quest'isola, invasa, conquistata, saccheggiata, è stata tagliata fuori dalla storia dei grandi popoli e delle grandi culture.

Io credo che Tomasi di Lampedusa avrebbe sottoscritto queste amare considerazioni, perché la Sicilia dell'uno e dell'altro scrittore hanno tantissimi punti in comune, allo stesso modo in cui ce li hanno con tutti i grandi scrittori siciliani moderni e contemporanei. Peraltro, G.Tomasi e Sciascia sono tra i pochissimi intellettuali che non se ne sono mai voluti andare dalla loro terra, da questa nostra terra nei confronti della quale hanno firmato dichiarazioni d'amore singolarissime.

Vincenzo Consolo, un altro dei grandi scrittori contemporanei più ascoltati e conosciuti in Europa, sulla Sicilia esprime giudizi che lasciano il segno, anche doloroso. Nel ripercorrere la storia recente del nostro Paese, il narratore Santagatese non assolve nessuno, neanche se stesso.

 

 

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