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L'ultimo Tomasi...

 - Tomasi et Palma

In Tomasi, Giuseppe Maria Vittorio XII Duca di Palma e XI Principe di Lampedusa dovette gravare il carico della storia familiare destinata a spegnersi con lui; venne alla luce, il 23 dicembre 1896 a Palermo che allora era una città molto diversa da quella menzionata nel romanzo, ma ancora non si discostava molto da suo passato aspetto feudale. Come osservava in seguito lo scrittore, la "crosta" palermitana si forma sin dalla prima infanzia, i palazzi sono paragonabili a palcoscenici, teatri di recitazione di una gloria dinastica; ma già a Palazzo Lampedusa a fine secolo si assaporava una rappresentazione della realtà  verso l'esterno, minata alle base  dal venir meno del potere politico e sociale,  questo disagio interiore, alimentato da un senso di impotenza verso l'inarrestabile decadenza, forse costituisce la questo molla segreta del "Gattopardo", romanzo storico ed insieme autobiografico di risonanza mondiale.  

 

Ad assaporare le antichi radici, sulle vestigia degli "antenati santi", l' autore venne a Palma, prima di scrivere il suo romanzo, ed i cui luoghi trasfigurerà letterariamente, in quelli di Donnafugata...
"Abitudini secolari esigevano che il giorno seguente al proprio arrivo, la famiglia Salina andasse al Monastero di Santo Spirito a pregare sulla tomba della Beata Corbera, antenata del Principe  che aveva fondato il convento, lo aveva dotato, santamente vi era vissuta e santamente vi era morta. Di quel luogo tutto gli piaceva, cominciando dall'umiltà del parlatorio rozzo con la sua volta a botte centrata dal Gattopardo, con le duplici grate per le conversazioni, con la piccola ruota in legno per far entrare ed uscire messaggi; con la porta ben squadrata che il Re e lui, soli maschi al mondo, potevano lecitamente varcare.
Gli piaceva l'aspetto delle suore con la loro larga bavetta di candidissimo lino a piegoline minute, spiccante sulla ruvida tonaca nera; si edificava nel sentir la  badessa raccontare, anche per la ventesima volta, gli ingenui miracoli della Beata, nel vedere com'essa gli additasse l'angolo del giardino malinconico, dove la Santa monaca aveva sospeso nell'aria un grosso sasso che il Demonio, innervosito dalle di lei austerità le aveva scagliato addosso; si stupiva sempre vedendo incorniciate sulla parete di una cella le due lettere famose indecifrabili;

Quella che la Beata Corbera aveva scritto al diavolo per convertirlo al bene e la risposta che esprimeva, pare il rammarico di non poterle obbedirle;
Gli piacevano i mandorlati che le monache confezionavano su ricette centenarie, gli piaceva ascoltare l'Uffizio nel coro, ed era financo contento di versare a quella comunità una parte non trascurabile del proprio reddito, così come voleva l'atto di fondazione"  

(da Il Gattopardo).
 

Ma insieme con la poesia della memoria, del fascino del passato, pervade nel romanzo una sottile ironia, dai toni talvolta irriverenti e dissacratori, come del caso della religione....

 "In quella stanza Giuseppe Corbera, Duca di Salina, si fustigava da solo, al cospetto del proprio Dio e del proprio feudo, e doveva sembrargli che gocce del sangue suo andassero a piovere sulle terre per redimerle; nella sua pia esaltazione doveva sembrargli che solo mediante questo battesimo espiatorio esse divenissero realmente sue, sangue del suo sangue, carne della sua carne, come si dice. Invece le zolle erano sfuggite e molte di quelle che da lassù si vedevano appartenevano ad altri. ...."

Il Gattopardo, in effetti, è l’opera cui è legata la vastissima fama dell’autore siciliano e rappresenta, inoltre, una sorta di lascito ereditario, essendo giunto sotto gli occhi di tutti nel 1958, quando Tomasi di Lampedusa, a causa di un carcinoma polmonare, era già morto da un anno, precisamente il 23 luglio del 1957: "Ancora una volta il destino era stato fedele all’uomo, che era schivo del clamore, del successo, della retorica: e glieli aveva risparmiati

 

Tra il misticismo dei Duchi-Santi e l'agnosticismo del Principe scrittore ci sono tre secoli. Il corso della storia ha modificato tante cose…Ma un filo comune li unisce: il "senso della vanità di tutto". Anche se quello del Gattopardo è senza …Dio. ",

 

 

 

 

 

 - Tomasi et Palma
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