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Isabella Domenica Tomasi

Isabella Tomasi (Sr. Maria Crocifissa).

Isabella  Tomasi                (Sr. Maria Crocifissa). - Tomasi et Palma

 

Isabella Domenica Tomasi

 

Un posto particolare nell'animo dei cittadini di Palma occupa la figura di Isabella Domenica Tomasi (Sr. Maria Crocifissa) Nata a Girgenti il 29 maggio 1645. 

Nelle tre sorelle, intanto, Francesca, Antonia e Isabella si era fatta sentire la voce del Signore e perciò chiesero al padre di potersi a Lui consacrare in Monastero.
I due fratelli Don Carlo e Giulio I, più volte avevano parlato di edificare un monastero di clausura nella nuova cittadina, ed ottenuti i necessari permessi dalle autorità ecclesiastiche, cominciarono a costruirlo adattando a questo scopo il palazzo Ducale. Il 7 ottobre, a quattordici anni, Isabella si ritira nel monastero Benedettino, creato dal padre per lei e le sue sorelle, e vi rimane fino alla morte il 16 ottobre1699.
Trascorse l'anno del noviziato nella ricerca del conseguimento della più intima unione con Dio. Nella vita monastica le furono assegnate le mansioni più umili e faticose, che compiva con altrettanta semplicità ed in modo perfetto.La sua vita fu molto travagliata da una salute precaria e dalle continue e alterne discipline di autoflagellazione, nonché dalla presenza del "demonio “che giornalmente la tentava con mille seduzioni, come testimoniano i suoi scritti e biografi .
Il Vescovo di Agrigento, Ignazio D'Amico mandò a Palma tre padri Gesuiti perché l'esaminassero; dopo un lungo esame dichiararono "che era particolarmente guidata da Dio".
La scelta del nome Crocifissa le fu forse dettato da una volontà di rinuncia ed espiazione; visto che la sua fu una vita di preghiera e lavoro, di penitenza e meditazione.Per desiderio di raccoglimento e di più intima, indisturbata unione con Dio, visse molto tempo nel romitorio del monastero, immersa nella preghiera e nella contemplazione delle cose divine. Le fu dato anche il privilegio di rivivere e sentire nel suo corpo la passione del Signore e una croce, in modo misterioso, fu impressa sul suo petto.
Il 15 agosto 1797 papa Pio VI la decreta Venerabile Serva di Dio.
 

 

 Di lei rimangono due rari volumi di "Visioni e Rivelazioni": una raccolta dei manoscritti e delle relazioni di Crocifissa al confessore, dal quale citiamo qualche passo:

 

 "Se miro il mondo a rispetto a Dio, un punto mi sembra, e il vedermi in sì piccolezza racchiusa, l'anima mia si occupa. Se miro le sue bellezze, nulla mi appaiono, poiché le sue delizie momentanee sono…Altro non sei che figura divento.
Basta, basta Signore non più tardare; dicasi luogo ai sospiri. Basta, basta Signore non più tardare; dicasi, dicasi luogo ai sospiri, fammi grazia, Dio fammi morire...".

 “Non voglio altro che quel che Dio vuole. Ed intanto V. R. mi raccomandi al Signore che faccia in me quanto a Lui piace, perché e sempre di questo ne sarò contenta: benché, infatti, sono la stessa imperfezione, che di giorno in giorno vado peggiorando, ad ogni modo il Signore, per sua misericordia, mi ha dato la buona volontà che desidero dargli gusto e fare ogni cosa per sua gloria maggiore senza interesse proprio, e il tutto per Lui e Lui solo cercando. E per questo, spesso, fra il giorno, mi vengono in
bocca queste brevi parole: Non alium Domine volo, nisi te ipsum; fiat voluntas tua” la vita mi pare un tormento di continua morte, che ad altro non mi serve che per continuamente affliggermi e veramente par che altro non ci convenga, mentre siamo in questa vita, che pene e croci senza delli quali diverremmo molto vani e alteri e forse ci fabbricheremmo qui in terra inostri tabernacoli senza nemmeno voltare il pensiero alla nostra vera patria”.
 

“So bene che il Signore cammina a passi di piombo, ed è certo segno l’esser cose da Dio, quando per molto tempo si considerano solo la volontà di Dio. Godo io dei fervorosi sentimenti che tiene e maggior-mente di quelli del conoscimento di sé stesso, essendo tale questa virtù del conoscimento proprio che ogni perfezione senza di questo si può domandare vacuae da niente. Vorrei vederlo io umiliato sì, ma non confuso, comperami che sia per quanto lui mi dice”.
“Dunque il regno di Dio è Iddio stesso. Ditemi, dunque: mentre abbiamo
un Dio in noi che cosa ci manca? Forse, direte, che quanto ho detto è vero, ma che la miseria nostra molto ci impedisce. Ma io, Fratello mio, tutto…al contrario la intendo perché intanto la nostra miseria è dispregiabile e vile, in quanto che noi non la sappiamo impiegare in bene: ma a chi bene l’adopera è tesoro dell’anima propria”.
“E con che Iddio avrebbe mostrato l’eccessivo amore con il quale operò la redenzione, la conversione tanti altri benefici se non vi fossimo stati noi, miserabilissime creature, bisognosi di tutto ciò. Rallegriamoci, dunque, che siamo servi e figli di un Dio, il quale è tanto buono che si lascia comprare di qualsivoglia moneta.

"Sì come more il pesce fora l’acque, così patisce l’anima fora Dio....
Bisogna soprattutto, con pazienza, tollerare noi stessi e non sbigottirci alla prima. E se vediamo di non poter arrivare a gran perfezione, qui più d’ogni altro bisogna confermarci. E se Iddio non vuole darci in
grande abbondanza il suo amore, ne sia Egli per sempre e in eterno lodato, non desiderando noi altra santità che il gusto suo ”“Dobbiamo noi far le nostre diligenze e, dopo, di quanto segue lodarne a Dio. L’umile e frequente oratione il tutto “pazienza poiché non si può goder Giesù senza la croce!”. “Non si può andare in paradiso senza salirvi
per la croce”.

 

"Carissimo Fratello, siamo scope della casa di Dio, già che Egli, per sua pietà, in essa ci tiene. Ed io vi assicuro che saremo assai più nobili di tutti li Regi e Monarchi del mondo. Io per me non cambierei la più piccola fettuccia di questa amabile scopa per tutte le corone e gli scettri del mondo! Mai sono più contenta, sazia e felice di quando impugno la scopa pensando che in essa gusto, trovo, e servo Iddio Oh, veramente più che dolce favellar del nostro Iddio, oh quanto dolci vi parranno all’ora il patire queste oscurissime tenebre e gran timori che ora tanto vi affliggono! Allora conoscerete che questi altro non sono che lo istesso Iddio molto ben nascosto nel vostro core!”.”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 - Tomasi et Palma

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Sorella di San Giuseppe Maria Tomasi,nacque il 29 maggio 1645, e fu educata, fin dalla sua infanzia, in un ambiente di alta religiosità e di non comune santità. Fin da piccola si dedicò agli esercizi di pietà e specialmente alla meditazione giornaliera e all’esame di coscienza: già a dieci anni, giornalmente, meditava almeno per una mezzora.
Alla prima comunione fu preparata dallo zio ven. Carlo Tomasi.
Nell'animo, intanto, delle tre sorelle Francesca, Isabella e Antonia si era fatta sentire la voce del Signore e perciò chiesero ai genitori di potersi consacrare a Lui in un monastero.
I due fratelli Carlo e Giulio Tomasi, padre delle tre giovani, più volte avevano parlato e progettato di fondare in Palma Montechiaro un monastero di clausura e, ottenuti i necessari permessi o autorizzazioni della S. Sede e del vescovo diocesano, lo cominciarono a costruire adattando a questo scopo lo stesso palazzo ducale che sorgeva accanto alla chiesa del SS. Rosario, prima matrice di Palma, ed ora destinata alla comunità religiosa.
Nel giugno del 1659 tutto era pronto e Isabella vi entrò il 7 ottobre 1660 e vi prese il nome di Sr. Maria Crocifissa della Concezione.
Trascorse l'anno di noviziato nella ricerca e nel conseguimento della più intima unione con Dio.
Nella vita monastica le furono spesso assegnate le mansioni più umili e faticose che compiva con semplicità ilare nel modo più perfetto.
Il Signore l'arricchì di tanti doni soprannaturali, carismi, estasi, visioni così straordinari che il vescovo di Agrigento, Ignazio d'Amico mandò a Palma tre padri Gesuiti perché l'esaminassero: dopo lungo esame dichiararono che era particolarmente guidata da Dio.
Male non le mancarono le croci, come in una visione del 1672 l'Addolorata le aveva annunziato "Sarà la croce la tua perpetua clausura... Già è stabilita la croce, resta il montarci pian piano sopra... per essere crocifissa perfettamente”.
Una sua sorella scrisse che ella aveva una grandissima ansia di patire e menò tutta la sua vita in continua mortificazione di infermità e di penitenza.
Per desiderio di raccoglimento e di più intima, indisturbata unione con Dio, visse alcun tempo nel romitorio del monastero, immersa nella preghiera e nella contemplazione delle cose divine.
Nella vita della venerabile fu costante la lotta contro il demonio che la tentava e vessava in molti modi, ma rimaneva sempre sconfitto dalla sua umiltà, dalla sua fermezza, dalle sue penitenze e soprattutto dal suo amore a Gesù il quale, però, la confortata e rasserenava con la sua grazia e la sua presenza. Le comparvero più volte la Madonna, S. Caterina da Siena e S. Rosa da Lima e specialmente l'Angelo custode.
Le fu dato anche di rivivere e sentire nel suo corpo la passione del Signore e una croce, in modo misterioso, fu impressa sul suo petto.
Trascorse gli ultimi anni di vita tra febbri e dolori che abbracciò non solo con perfetta conformità alla volontà di Dio ed eroica pazienza, ma anche con amorosa generosità.
Morì il 16 ottobre 1690, recitando le parole: Santo, Santo, Santo.
Nel 1701 si iniziò il processo ordinario sulla sua vita e le sue virtù; nel 1704 fu pubblicata la sua vita, scritta, per volere del vescovo agrigentino mons. F. Ramirez, dal can. Girolamo Turano e poco dopo il p. Pietro Attardo pubblicò 114 sue lettere.
I processi furono terminati alla fine del sec. XVIII e Pio VI, il 15 agosto 1787, proclamò l'eroicità delle sue virtù.
La venerabile scrisse:
Dell'orribile bruttezza dell'anima di un sacerdote che celebra il Divino Sacrificio in peccato mortale. Palermo, Isola, 1675;
Le salutazioni del SS. Rosario e detti segnalati cinque gaudii di Maria Vergine. Palermo, Costanzo, 1700.

 

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