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Il Principe Fabrizio Salina...

 - Tomasi et Palma

L’immagine più vera che caratterizza il personaggio di Fabrizio Salina, forse è quella che dà egli stesso nel significativo colloquio con Chevalley: "un uomo a cavallo fra due mondi e a disagio con tutti e due" , su questa bellissima pagina del Gattopardo, dove il buon piemontese Chevalley, che viene dalla sua modesta proprietà del Monferrato, arriva a Donnafugata, guardingo e intimidito dallo splendore dei palazzi e dai duri visi barbuti che si vede attorno, per informare il Principe di Salina che il governo di Torino si proporrebbe di includerlo tra i senatori del nuovo regno; il Principe risponde col suo famoso rifiuto, non risponde che è stanco, che si sente vecchio, che non vuole abbandonare le terre che gli rimangono e quella famiglia che si è creato: risponde, a nome di tutta la Sicilia, che è troppo tardi, egli infatti è pienamente consapevole del mutare inesorabile dei tempi , della sua condizione di aristocratico consapevole che il suo è un mondo destinato a scomparire, ma, il tutto senza la vanità della nostalgia. In lui non traspare alcuna forma di rimpianto verso ciò che muta e scompare; è un uomo di cultura, sa bene che la peggiore follia è mettersi contro la storia, proprio come afferma un aforismo filosofico che dice” non può riuscire di sfuggire alla storia salendo sopra un albero per vederla fluire e senza che essa ci apporti alcun danno, perché prima o poi e la storia stessa che riesce a scovarti”. Il suo sarcasmo nei confronti dei “tempi nuovi”, che tutti attendono con ansiosa speranza, non appare con il disprezzo tipico del reazionario che giudica il proprio mondo perfetto e, come tale, lo vorrebbe pietrificato nella roccia del tempo; egli nulla si attende dai nuovi eventi, tuttavia fa trasparire la consapevolezza dei vincoli di decenza che lo legano al "vecchio mondo".   Fabrizio Salina è quello che oggi definiremmo un uomo “impegnato”. Il suo retrobottega culturale appare più incline al trascendente, anche se l’elemento religioso non affiora mai nel personaggio, tuttavia è presente questa esigenza; è appassionato di astronomia, scruta il cielo forse alla ricerca di una stella guida, ma rifiuta la riduzione a schemi istituzionali come l'idea di Dio, della morale, del bene e del male, nei quali vorrebbe rinchiuderlo l’insulso padre Pirrone. Don Fabrizio  ci appare nei confronti degli altri personaggi del romanzo, ai quali l'autore non ha voluto togliere nulla di quella loro esuberante “sicilianità” che  li caratterizza, con una  pacata discrezione ,muovendosi tra essi ,restando tuttavia su di un impalpabile piano di superiorità che appaga quella sottile vanità dell’autore, sa bene che le sue avventure extraconiugali potrebbero disturbare la sua immagine di patriarca, ma non certo meritargli un castigo; rifiuta quindi la confessione col buon prete di famiglia, non per inconfessabili sensi di colpa, ma perché ritiene tutto ciò strettamente ancorato alla sua natura di uomo. Trova il perdono negli inesorabili movimenti della volta celeste, nelle sue rituali abitudini, nel suo quieto ed aristocratico distacco. Bisogna comunque tener presente che il Principe Salina è un personaggio e come tale un’invenzione letteraria, pur se ispirato a grandi linee, al nonno dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa resta sempre un’invenzione, e, come tale, inevitabilmente caricato di qualche forzatura rispetto al carattere del nonno paterno con cui solitamente è identificato, è più consono prospettare dalle molte coincidenze con la sua esistenza ,  che lo stesso autore utilizzi don Fabrizio Salina per parlarci del suo mondo, con” Il Gattopardo” però non ha voluto fare un autobiografia perché non è dignitoso, non è da persone nobili raccontare i fatti propri in pubblico, neanche sotto romanzesche spoglie.

 

Dunque, non sono molti i tratti direttamente riferibili all' avo astronomo nel personaggio di don Fabrizio Salina. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha dato al Principe le sembianze esteriori del bisnonno astronomo, egli ha invece prestato al suo personaggio centrale  i propri affetti,  con le proprie pigrizie, certi gusti , certe nostalgie e soprattutto quell'occhio disincantato e amaro con cui giudica ciò che vede attorno. , ripensa alla sua vita, gli anni della giovinezza sono passati; lo scrittore ha visto e vissuto in molte città e in molti Paesi d'Europa, ma, in nessuno di essi ha deciso di soffermarsi a lungo, neppure nelle terre nordiche di sua moglie che ama e rispetta, la Baronessa Alexandra Wolff Stomersee, sposata a Riga nel 1932. Ha visto due guerre: la seconda gli ha distrutto la casa e ha accelerato la rovina del patrimonio familiare. Uno a uno i beni dei Lampedusa si dileguano, mentre i nuovi venuti, più veloci e meno scrupolosi di lui, se ne impossessano, dietro di lui, alle sue spalle, c'è il nulla, non un mestiere, non un’opera compiuta, non un erede del suo sangue. In conclusione si potrebbe affermare che Don Fabrizio Salina non è altri che lo strumento  dello scrittore che usa per raccontarci dei i suoi  "gattopardi ormai assopiti e in lento oblio”, Don Fabrizio "corteggia la morte” ,come gli fa affettuosamente rilevare il caro nipote Tancredi, nella biblioteca dove egli si è rifugiato lontano dal frastuono della festa, lo sorprende ad osservare il quadro che raffigura un uomo morente, forse l'autore allude al presagio della storia di un ultimo vero Gattopardo che forse è destinato a scomparire, sia nella finzione del romanzo che nei suoi più intimi sentimenti reali, nel romanzo quello che  distoglie il Principe Salina, alter ego a tratti dell' autore, e soltanto la stridente sensualità della bellissima Angelica, dalla quale egli è attratto, ma non per senile infatuazione, come potrebbe cogliere il lettore disattento, quanto per puro desiderio di oblio.

"Anche in quest' opera, dunque vi è quella vanità alla quale nessun autore si è mai potuto sottrarre nel momento in cui ha creato quella meravigliosa finzione che si chiama personaggio: ovvero sia quando si fa rivivere sé stessi"

 

Le divisioni di.. Don Fabrizio.... 

Deluso dalla moglie e dal presente storico e politico della Sicilia, ciononostante egli si adatta, ma arriva a rifiutare orgogliosamente il ruolo di Senatore del Regno d'Italia propostogli da un funzionario Piemontese, il Cavaliere Chevalley. Al suo posto, guarda caso, viene chiamato proprio il sempre più ambizioso e incoerente nipote Tancredi. Il giorno del fidanzamento annunciato si prepara un fastoso ricevimento, che ha il suo clou' in un'interminabile e fastoso ballo collettivo: nel rituale, che Visconti ricostruisce con assoluta precisione e rigore estetico, Don Fabrizio è diviso tra il desiderio di festeggiare come gli altri, e una certa, profonda, amarezza esistenziale. Quando Angelica chiede allo "zio" il permesso di ballare un walzer con lui, l'uomo si dimostra chiaramente commosso e accetta volentieri. Poco dopo, davanti al nipote Tancredi visibilmente geloso, non nasconde di amarla veramente. Quindi, nuovamente illuso, cerca di estraniarsi dalla folla e dal clima festoso, comprendendo che "proprio quello che ci voleva per la Sicilia" - secondo le parole di Don Calogero - ma, non è esattamente il suo pensiero....

 

 

 

 

 



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