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Il lMonastero...di Palma

 - Tomasi et Palma

Il 3 maggio1637, con licenza di Filippo IV Re di Spagna, veniva posta la prima pietra della nuova terra di Palma. La prima pietra costituì anche le fondamenta del Monastero, infatti su di essa fu edificata la prima chiesa del paese, consacrata alla Madonna del Rosario, a questa venne annesso il Palazzo Ducale, destinato ad accogliere prima la famiglia del Duca e, poi, la comunità monastica. Alla fondazione del Monastero benedettino sono legate le vicende più squisitamente ascetiche della famiglia Tomasi di Lampedusa. Quattro delle figlie: Anna Francesca la primogenita, Isabella la secondogenita e le altre due Domenica e Maria Antonia, sentirono, giovanissime, la chiamata  alla vita claustrale, e manifestarono il forte desiderio al padre, il quale si privò del proprio palazzo, dedicandolo ad “habitatione delle monache...", facendone così il Monastero. 

Il 12 maggio 1659, solennità del Corpus Domini, “si apre e si chiude…” il nuovo Monastero Benedettino che accolse le prime dieci religiose, alcune delle quali giovanissime. 

Le figlie del Duca si chiamarono Suor Serafica, Suore Maria Crocifissa, Suor Maria Maddalena e Suor Maria Lanceata. 

Prima Abbadessa fu Donna Antonia Traina, sorella della Duchessa, alla quale, col breve apostolico del 6 giugno 1657, era stato accordato il permesso di lasciare il suo monastero di professione (Il Cancelliero di Palermo) per guidare la nuova comunità composta da alcune ragazzine provenienti da Palermo e da altre, tra le quali le tre figlie del Duca Giulio I. 

I lavori del complesso architettonico del Monastero, proseguirono anche dopo la sua inaugurazione, l'attuale piazza Matteotti, fino al 1922, ne costituiva il vastissimo giardino. 

Una raffigurazione del complesso monumentale del Monastero, prima degli interventi del 1843, la possiamo ricavare dal disegno eseguito dall'architetto francese Jana Desterei e possiamo credere che la prospettiva di questa incisione sia pressoché identica a quella originale, di circa un secolo prima. 

 Un’altra bella testimonianza della facciata del monastero, pur nella sua sommaria realizzazione, la troviamo in un palioto ricamato appartenente alle religiose.

In esso sono raffigurati San Benedetto e Santa Scolastica che implorano la protezione di Cristo e della Vergine sul Monastero. 

Nel 1843, venne realizzata la costruzione della seconda parte della facciata di stile neoclassico, con la felice intuizione del campanile loggiato. 

Oggi la facciata del monastero si eleva solenne e sontuosa al di sopra di un’ampia scalinata semicircolare di pietra che raccorda la piazza sottostante ai due ingressi: quello del monastero e quello della chiesa. Il prospetto presenta piatte membrature e largo fastigio con edicola a guisa di   frontone di tempio neoclassico che conclude l'intero prospetto. Questa ristrutturazione del 1843, anche se di altra epoca, si sposa graziosamente  con le strutture seicentesche dominate dall'elegante sobrietà dei motivi architettonici, degna di ammirazione è la scelta della colonna, che, posta all'angolo nella soluzione rotondeggiante, ne conferisce un bell'effetto all'impostazione dell'intera facciata, la cui rigida spazialità prospettica è armoniosamente interrotta dal portale di ingresso, con la sua larga e rilevata cornice e dalle finestre grandi e piccole. Assai interessanti sono pure i balconi del cortile interno dove le cornici delle finestre e le mensole risentono di un carattere laico pomposamente barocco. Nel corridoio si conserva una deposizione dipinta su gesso.

Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo dell'autore de Il Gattopardo ed apprezzato scrittore di cose siciliane, nel suo "Castelli e Monasteri siciliani", si occupa del Monastero di Palma, e ne collega la memoria alla figura di Isabella, definita come monaca nata. 

Ma, senza dubbio, la testimonianza letteraria più famosa e più ricca è quella di Giuseppe Maria Tomasi nel suo romanzo "Il Gattopardo". Il Tomasi racconta la vita di don Fabrizio, in vacanza a Donnafugata, e le abitudini secolari che esigevano che il giorno seguente al proprio arrivo, la famiglia Salina andasse al Monastero di Santo Spirito a pregare sulla tomba della Beata Corbera, antenata del Principe, che aveva fondato il monastero, lo aveva dotato, santamente vi aveva vissuto e santamente vi era morta. 

 Sono note anche le descrizioni del parlatorio rozzo, con la sua volta a botte... con le duplici grate per le conversazioni, con la piccola ruota di legno.... Delicata e piacevole è la narrazione dei piccoli gesti compiuti dalla famiglia Salina nel Monastero: la venerazione fatta da tutti con compunzione della tomba della Beata Corbera, il caffè leggero delle monache…, l'ascolto degli ingenui miracoli della Beata..., i mandorlati che le monache confezionavano su antiche ricette centenarie, sgranocchiati con soddisfazione…, il Principe che amava lasciare sul tavolo le dieci onze che offriva ogni volta.... 

La descrizione è certamente frutto dell'inventiva letteraria dello scrittore, ma sicuramente derivata dal legame intimo e spirituale che i Tomasi avevano con il Monastero. 

 

 

 

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