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Il Lato Giallo dei Tomasi

L'altra faccia del Gattopardo

L'altra faccia del Gattopardo - Tomasi et Palma

 

 

 

Capostipite della casata era un avventuriero tagliatore di teste e cacciatore di briganti del quale non c´è traccia nella biografia ufficiale.

 Un fantasma si aggira sinistro tra le pagine del "Gattopardo". Invisibile eppure palpabile. Mai nominato, dissemina le sue tracce nelle situazioni dove meno te lo aspetti. Scoprirne la presenza sdoppia la trama del romanzo e ne trascina una parte in un´altra direzione: l´allontana dall´arcinota «triste epopea» del glorioso casato dei Salina, per condurla nei luoghi e nel tempo del peccato originale che ricoprendo d´infamia i fieri Lampedusa ne mina alla base «l´antico lignaggio». Lo spettro è quello di Mario Tomasi, cacciatore di teste e di dote, che è il capostipite siciliano della famiglia, nonché l´uomo che con criminale spregiudicatezza mette insieme quel patrimonio che ha permesso a centinaia di gattopardi di scialare, tra una disgrazia e l´altra, per quasi mezzo millennio. L´ingombrante personaggio è stato prima cancellato dai discendenti, che ricorrendo a un´anagrafe creativa si sono inventati un´origine specchiata fatta di imperatori, regine, teologi e santi, infine è stata completamente rimossa da Giuseppe Tomasi nella stesura del suo capolavoro.


Si può ignorare il capostipite in una narrazione che ha nella blasonata famiglia Tomasi-Lampedusa l´ombelico del mondo?, si chiede Andrea Vitello, lo studioso scomparso meno di un mese fa che ha dedicato molti dei suoi ottanta anni a comporre il puzzle della numerosa tribù del Gattopardo. E nel suo monumentale libro "Giuseppe Tomasi di Lampedusa", che Sellerio distribuisce in questi giorni, ricostruisce e spiega i motivi - ricorrendo anche a Freud - di questo ostracismo. Ma cosa ha fatto di così tremendo il capostipite per meritarsi questa condanna a morte morale, dal suo stesso sangue? Lo vedremo scorrendo le 550 pagine di Vitello - la biografia uscita già trent´anni fa viene riproposta completamente aggiornata nel cinquantenario della pubblicazione del "Gattopardo" - che coinvolgono come il più avvincente dei gialli. Il capitolo sul «tagliatore di teste» è stato aggiunto ora, perché nel 1987 la sua esistenza era ancora ignota. Fu Giovanni Marrone nel 1955 a raccontare "L´esemplare carriera del capitano d´arme" Mario de Tomasi (edizioni Palumbo), senza però cogliere il legame con i Lampedusa. Solo nel 1993 la sensazionale scoperta della vera identità a opera di Francesco D´Orsi Meli che toglie la foglia di fico sulle nudità di quel casato.

Mario è un avventuriero che sbarca in Sicilia nel 1577 al seguito del viceré spagnolo Marco Antonio Colonna, con cui ha già combattuto a Lepanto. Il suo compito è quello di dare la caccia ai briganti. In realtà arruola banditi di ogni risma che impiega in razzie e soprusi. Per dirla con Marrone il suo profilo criminale è «degno di Lombroso». Di saccheggio in saccheggio accumula un patrimonio di ventimila scudi. «L´attività più spregevole della sua carriera - scrive Vitello - è costituita dal mercato delle teste. La testa di un brigante decapitato, per legge, serviva a salvare la vita di un altro brigante condannato; ma poiché il prezzo di una testa poteva superare anche i mille scudi, minacciando accuse di reati mai commessi, il capitano Tomasi riusciva a vendere una testa perfino a chi non ne aveva bisogno».

La discendenza «dagli amori di Titone imperatore e Berenice regina», nel "Gattopardo", non è altro che una reinvenzione da sovrapporre a un passato amaro. I due fratelli santi, la venerabile suor Maria Crocifissa e Giuseppe Tomasi (elevato agli altari da papa Wojtyla), vissuti nel Seicento, non bastano a oscurare l´amara verità del loro bisnonno criminale. E quei sciacalli e quelle iene che lo scrittore vede avventarsi sulla carcassa della nobiltà in dissolvenza, in realtà li ha annidati nel proprio albero genealogico. Mario, seppure sotto processo per le sue ruberie, e nonostante sia già sposato e padre di due figli, riesce a impalmare la figlia del barone di Palma di Montechiaro, incamerandone le immense fortune. Lo scrittore, conosce benissimo la storia del suo avo, conserva a casa i documenti del processo, che si conclude con l´esilio. Si aggrappa ai gemelli Carlo e Giulio «fondatori di Palma nel 1637» per rifare una verginità al casato. Preferisce credere e farci credere che il mistico Giulio ricorre alla fustigazione per auspicare la fertilità nei suoi feudi, ma conosce il vero motivo di quelle frustate: l´espiazione per una ricchezza nata dalla violenza. Quello che esce dalla porta rientra spesso dalla finestra. Sicché ci ritroviamo qui e là dei lapsus che svelano - come sostiene Vitello - quel che è "nascosto": a chi si riverisce lo scrittore quando parla di «violento sangue Salina» e di «lussuria atavica», visto che nelle sue discendenze nessuno incarna questi eccessi? Ed ecco il fantasma del tagliatore di teste che fa capolino. «Ha ben poco da ruggire il Gattopardo dimezzato con lo "sciacalletto" che ha nell´armadio, al principone ormai spiazzato».

 

 
 

E Vitello infierisce sulle fantasie create ad hoc per dare lustro alla famiglia, a cominciare da quella raccontata dal Tomasi sulla sua laurea a Torino, in realtà mai presa: «la premiazione del principe Giulio astronomo dilettante alla Sorbona per la (presunta) scoperta di due pianetini? Soltanto una patetica invenzione. E quell´Arturo Corbera all´assedio di Antiochia? Millanterie. In politica tutti i Salina-Lampedusa hanno sempre adottato la regola del quieto vivere: niente slanci, niente colpi di testa, ma docili servitori dello Stato. Gli amori imperiali tutte favole». Un quieto vivere che caratterizza anche l´esistenza dello scrittore, monarchico per censo, liberale per sensibilità e, da anticomunista convinto, democristiano al voto. Lo scrittore vivrà tra due spettri, quello del bolscevismo che tra l´altro ha tolto le proprietà alla moglie Licy al momento dell´annessione della Lettonia all´Urss e quello dell´America che è venuta a liberare Palermo solo però dopo averla rasa al suolo.
Tuttavia l´impietoso Vitello offre una scappatoia di salvezza allo scrittore. Tutte le bugie e le omissioni a suo dire - ma con l´aiuto di Freud - sono innocenti, frutto di un meccanismo inconscio. «L´assenza del capostipite Mario nel "Gattopardo" è dovuta ad un "meccanismo di difesa consistente nell´"annullamento retroattivo di un retaggio arcaico"». In pratica l´obiettivo è quello di "rendere non accaduti" i trascorsi criminali del capostipite. Solo così ha senso il messaggio di don Fabrizio Salina.
Vitello ha scritto una sorta di «enciclopedia sul Gattopardo». Nessuna minuzia sfugge alla sua lente (nato a Palma di Montechiaro, indaga sui suoi nobili compaesani fin dal 1951, sette anni prima della nascita del capolavoro). Arriva a spiare dal buco della serratura delle maldicenze palermitane che accreditano il principe Giuseppe come impotente e la moglie lettone Licy - all´anagrafe principessa Alexandra Woolf, pioniera della psicoanalisi - come eccentrica, un eufemismo per dire lesbica. In realtà il biografo abbozza una sorta di difesa d´ufficio (smentendo presunte menomazioni virili per ferite di guerra e l´incombenza di un complesso edipico con la madre Beatrice, che chiama lo scrittore con nomi femminili, Ponuzza, Bella mia), ma finisce con l´insinuare qualche dubbio. Origlia da lontano quel che dice Giuseppe agli amici, ci fa sorridere con una serie di aneddoti palermitani. E come ritorsione contro le calunnie, scrittore si rifà al detto siciliano "O fare o dire": «Palermo è la città dove si fotte di meno». Appunto perché se ne parla di più.
Una biografia senza veli, diversa da quella celebrativa de "L´ultimo Gattopardo" dell´inglese David Gilmour (Feltrinelli), che pure ha il grande merito di proporci preziosi materiali d´archivio - generosamente messi a disposizione del figlio adottivo di Tomasi, Gioacchino Lanza - e di fare una dettagliata via crucis delle rovine di tutte le case del casato: rase al suolo dai "gangster del cielo", dal terremoto e dall´incuria. In entrambe le biografie il rosario di tragedie familiari: suicidi, omicidi, disgrazie, crolli economici, sperperi, miserie. E controversie ereditarie come quella che contrapposte i 38 eredi dell´astronomo Giulio Fabrizio, il Salina del "Gattopardo" («Un terzo degli eredi sono stupidi, un terzo pazzi e il resto mascalzoni», come scrive lo stesso Giuseppe Tomasi) che protrattasi per 55 anni finisce con il minare il patrimonio della famiglia. La sfortuna fa da filo conduttore ai 430 anni di saga. Come se il fantasma dell´efferato Mario continuasse nel tempo la sua vendetta per l´ostracismo (a nessun discendente è stato più messo il suo nome).
Dei Gattopardi in epoca moderna solo Teresa - madre di Lucio Piccolo - muore ricca, e solo Pietro raggiunge altre cariche, ministro degli Esteri e presidente del Senato (e lui che a Londra fa incontrare Giuseppe e Licy). Alla coppia si aggiunge Giuseppe Tomasi che schiacciato tra due donne comandiere, la madre e la moglie, in guerra tra loro, dopo una vita tribolata (prima e seconda guerra, dolore per le case perdute, ristrettezze, scarsa considerazione di amici e compagni («Senza il "Gattopardo" sarebbe rimasto quel fesso che era ritenuto»), trova il colpo di ali con il capolavoro del Novecento italiano.

 - Tomasi et Palma

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