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Fioretti

"Fioretti premonitori..."

Quand' era Abadessa del Monastero del s.s. Rosario di Palma, Suor Maria Francesca Traina sorella della Duchessa, Don Giulio le chiese, di consentirgli di potersi preparare il proprio sepolcro nella chiesa dello stesso Monastero "Fra la Capella del crocifisso e quella di Nostra Signora del Rosario"

La richiesta fu senz' altro accolta, la tomba fu scavata nelsottosuolo della chiesa.

Che il desiderio del Duca fosse motivato da un fine squisitamente ascetico, sta a confermarlo -da oltre tre secoli- l'isrizione latina, che e gli volle far incidere sulla bianca lapide, che tutt'ora ricopre il suo sepolcro e che , tradotta recita così...

"Giulio Tomasi e Caro si costruì questo sepolcro,mentre era vivo, affinchè, con continuo ricordo, fossero presenti alsuo spirito: la vanità della vita, lavacuità del tempo e il giorno della morte".

Inoltre dopo aver ultimata la tomba, il Duca incaricò ilsuo maggiordomodi fargli recapitare da Palermo la bara "nella quale doveva essere posto il suo cadavero:qual era di cipresso foderata, di dentro, di lastre di piombo".

Appena gli fu consegnata, lafece deporre in quella camera, ove faceva i suoi Esercizi Spirituali ".

Sostava, a lungo in quel oratorio, meditando sulla speranza cristiana, che è capace di dare senso alla morte: ne usciva raggiante di interiorià, conla luce della risurrezione negli occhi e con un infinito desideri di Cielo nell' animo.

Per questo fece rivestire l'interno della sua bara con "un lenzuolo nel quale erano stampati molti cuori alquanto grandi, in alcuni diessi c'era scrittoil noe di Gesù in altri quello di Maria".

Cosi quel lenzuolo avvolgendo "il suo corpo morto" avrebbe ricordatoa "che come vivendo, quei dolcissimi Nomi li aveva portati nel suo cuore, così anche si vedessero all' estreno del propio cadavero".

Infine, per rendere operativa la sua convinzione che lamorte, nellaluce di Cristo, assumeun senso di vita eterna, "ad unodei suoi paggi aveva dato l'incombenza che, ogni mattina, gli porgesse un anello, nel quale erano intagliate queste parole: Mors ad Coelum iter: la morte è ilpassaggio al Cielo".

La stessa certezza di fede, cantata dal ° dei Prefazi liturgici dei Defunti:

 

"Ai fedei ,o Signore la vita nonè tolta, ma trasformata e, mentre si distrugge la dimora,

di questo esilio terreno,

viene preparata l'abitazione in Cielo".

 

"lo me ne vado a Dio….”

II 23 marzo 1669, ii Duca scriveva al fratello teatino, Don Carlo, che dimorava a Roma: "Le do parte ch'essendo qui stata la visita dei signori Canonici Capitolari, sono restati con molto gusto ed, in particolare, assai consolati con la visita del Monastero, dove pure io entrai...".

Forse, questo fu !'ultimo incontro del Duca con la Duchessa - che si era ritirata, col pieno consenso del marito, in quel monastero, come oblata - e con le quattro figlie benedettine.

infatti, otto giorni dopo l'invio di quel­ la lettera al fratello, esattamente ii "31 Marzo, giorno di Domenica, all'hore 22", Don Giulio fu colpito da "una febbre, che ne' principi  si riscopri assai leggiera, ma via via piu sempre crescendo, fu da segni rico­nosciuta per maligna, e ' Io pose in stato pericoloso di morte".

La Duchessa credette opportuno di la sciare la clausura e di monastero e far ritorno al palazzo ducale: convinta che nessuno, meglio di lei, avrebbe potuto accudire alle necessita del Duca.

Non aveva ancora emesso i voti religiosi e, quindi, poteva lasciare liberamente il monastero. Ma, avendo sottomesso, in ogni circostanza, la sua volontà a quella del marito, voile "averne prima il suo

consentimento".

Il Duca ne fu profondamente commosso. Tuttavia, non voile che ella commutasse i1 servizio di Dio nella clausura con quello di un uomo... anche se quest'uomo era suo marito!

Fece trasmettere il suo commosso apprezzamento alla Duchessa ed, insieme, !'ultimo suo affettuoso saluto, vero poema di fede: "lo me ne vado a Dio e lascio tutti nel le mani de! medesimo Iddio.

Accanto al suo letto sostavano costantemente il suo confessore don  Fortunato Alotti    altri  Sacerdoti     Persone  Religiose, fra le quali un P Cappuccino che in quella Quaresima predicava in Palma, e Don Antonio  Maria  di  Caro uno degli Eremiti della  Congregazione del Monte  Calvario, ii quale   per  otto continui nè di giorno ne di notte, mai l'abbandono".

intanto si intensificavano le preghiere per la sua guarigione.

Tutta Palma si mobilitò spiritualmente.

Nelle numerose chiese, che ii Duca aveva fatto edificare, fu esposto - in forma solenne e continua - il SS. Sacramento, "ad impetrare da Sua Divina Maestà la salute del loro Signore".

Si organizzarono processioni.

"Si fecero particolari penitenze". "Sembrava  essersi  cambiata   Palma  in

un'al tra Ninive  - annotava la Duchessa -  si grandi eran la mestizia, le lagrime e l'umilile preghiere del Popolo" .

Soltanto ii Duca, filialmente rassegnato alla volontà di Dio, desiderava che non "si pregasse il Signore per la sua salute".

 

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