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Arc. G. Hodierna

 - Tomasi et Palma

Giovan Battista Hodierna, interessante e particolarissima figura di pioniere nella nascente scienza astronomica, che dispiegò il suo non comune talento dalle innumerevoli sfaccettature nel profondo Sud della Sicilia seicentesca, nasce a Ragusa il 13 aprile del 1597. Hodierna non era il suo vero cognome: il padre, modesto artigiano, si chiamava Vito Dierna, il prefisso "Ho" fu aggiunto successivamente dallo stesso scienziato, con evidente allusione all’hodie, che in latino significa oggi": ciò a testimonianza di uno straordinario entusiasmo per il suo "oggi", e cioè per il secolo in cui visse e operò.

Dei suoi studi giovanili sappiamo ben poco; ma è certo precocissimo il suo interesse per l’astronomia: appena ventenne, ottenne l'autorizzazione ad usare per la propria attività osservativa il campanile della chiesa di S. Nicola a Ragusa. Utilizzava strumenti rudimentali, auto costruiti, come egli stesso racconta nei suoi scritti. Da quella specola osservò tra il 1618 1619, tre famose comete la cui apparizione originò la famosa polemica poi culminata nel "Saggiatore di Galileo".

Nel 1622 fu ordinato sacerdote a Siracusa. Delle sue opere giovanili, scritte nel periodo ragusano, la più rimarchevole è "Il Nunzio del Secolo Cristallino", scritta nel 1628 e rimasta inedita fino al 1902, quando fu pubblicata a cura di A. Licitra. Nel Nunzio esalta le virtù del tempo in cui visse, e dell’uomo "oggidiano" ("oggidiano" deriva da "oggi", come Hodierna deriva da "hodie"), l’uomo nuovo, in contrapposizione con il passato che viene visto negativamente e, in ogni caso, come definitivamente superato. Quest’opera, pur importante per la comprensione del pensiero di Hodierna, è di argomento filosofico piuttosto che astronomico. Su di essa, sulla sua mancata pubblicazione si sono formulate diverse ipotesi relative sia ad incertezze teoriche che a prudenza politica: la grande ammirazione per Galileo, e la filosofia che da ciò scaturiva, potevano essere rischiosi in quei tempi e in quel paese su cui l’Inquisizione tuttora esercitava la sua opprimente influenza; e il ricordo di Giordano Bruno bruciava ancora, "la condanna di Galileo da parte del Sant’Uffizio avverrà d’altra parte ancora qualche anno più tardi, nel 1633". Nel "Nunzio", egli riferisce che il 24 di giugno di quell’anno stesso (1628) ricevette un cannocchiale (un buon Occhialone da tale Rodonino di Roma) Nel 1637 si conclude il periodo ragusano di Hodierna, ed ha inizio quello di Palma di Montechiaro, il più fecondo e produttivo. In quell’anno lo troviamo al seguito dei fratelli Carlo e Giulio Tomasi che, nel contesto della politica spagnola di ripopolamento delle campagne e d’impulso all’agricoltura, fondano Palma, assicurandogli una cospicua prebenda sufficiente a consentirgli di dedicarsi senza problemi ai suoi studi e produrre, negli anni che seguiranno, numerose opere, alcune delle quali veramente degne di essere ricordate.

Nel 1645 il vescovo di Girgenti (Agrigento) lo nomina arciprete di Palma di  Montechiaro. Malgrado alcuni viaggi a Roma, Napoli e Palermo, nei quali strinse legami di amicizia e di reciproca stima con diversi eruditi deluso tempo, quali Juan Caramuel y Lobckowitz, Atanasio Kircher, Gaspar Schott, M. A. Severino, l’astronomo Francesco Fontana ed altri, e malgrado i contatti epistolari con personaggi del calibro di Riccioli, Huygens ed Hevelius, la permanenza nel piccolo ed isolato centro di Palma pesa sullo scienziato ragusano….

Lo sfogo struggente che possiamo leggere sul "De Admirandis Phasibus in Sole et Luna visis" (scritto nel 1656 in risposta ai quesiti inviatigli dal monaco cistercense Domenico Plato, professore di filosofia nel convento di Monferrato, in ordine all’eclisse di Sole del gennaio dello stesso anno), testimonia la tristezza di un grande intelletto costretto ad un insopportabile isolamento: “...Socium non habeo, vel amicum, aut propinquum,quo paululum sublevari possim. Mens mea praeceptor meus, et difficultates

meas nulli communico... Et quia mens nunquam satiatur, per saepein tenebras inexplicabiles incidit et implicatur. Ideo necessitudinem meam tibi communicare volui ac debui Amico tam-quam optimo, ut qui inter speculandum luce non indiges aliqua. Precor humanitatem tuam,ut radium tuae claritatis impendas, et has ceoboculos tenebras obvolutasresolvens, nebulas procul expellas, ne nimium inter has cecaligines obrutusdepeream ».

Nel 1654, quando a Palermo veniva dato alle stampe il trattato "DeSystemate Orbis Cometici, Deque Admirandis Coeli Characteribus" di Giovan Battista Hodierna, le vere nebulae conosciute si potevano contare a malapena sulle dita di due mani. Erano noti fin dall’antichità, il doppio ammasso di Perseo, l’ammasso della Chioma, il Praesepe, le Pleiadi, le Iadi (ma nessuno considerava Pleiadi e Iadi come nebulae). In epoca storica erano state scoperte la Grande Nebulosa di Andromeda, ma pochissimi erano al corrente dell’esistenza del libro di Al-Sûfi, e lo stesso dicasi per le riscoperte di Marius e Boulliau) e quella nella Spada di Orione. E si sapeva dell’esistenza delle due Nubi di Magellano, anche se non era facile ad un astronomo europeo osservarle.

Se quel libro, abbastanza insignificante nella sua prima parte (sulla teoria delle comete Hodierna era decisamente indietro rispetto ai suoi tempi), fosse stato letto con un minimo di attenzione dagli astronomi del suo tempo (ma, ancor di più, da quelli del secolo successivo), la storia dell’astronomia, nei tre secoli che seguirono, sarebbe stata raccontata in modo molto diverso. Egli fu uno specialista. La sua insaziabile curiosità e il suo talento di ricercatore lo portarono ad indagare su ogni possibile recondito segreto della natura. Fu attratto da botanica e meteorologia, da anatomia ed entomologia, dalla "filosofia corpuscolare" (fu un convinto atomista) e dall’ottica. Costruì da sé un microscopio e studiò con straordinaria perizia l’occhio della mosca e di altri insetti (L’occhio della mosca,1644).

 Fu probabilmente il primo a studiare e comprendere la natura e la funzione delle zanne retrattili delle vipere (Dentis in Vipera Virulenti -Anothomia, ( 1644); studiò anche l’occhio umano (Il Sole del Microcosmo,1644) e pubblicò le sue teorie sulla visione; ebbe interessanti intuizioni sulla natura dell’arcobaleno, (Thaumantias Junonis Nuntia, ecc.,1647); anche se la sua formazione in materia di ottica, ancora troppo ancorata alle teorie tradizionali, tuttavia gli impedì di giungere a conclusioni veramente innovative.

Indagò anche su altri versanti della fisica: per quel che riguarda la meccanica, ad esempio, nel suo Archimede redivivo con la stadera del momento (Palermo, 1644) pubblicò La Bilancetta di Galileo, e quest’omaggio al fondatore della scienza moderna rappresenta non solo la prima pubblicazione in assoluto di quell’opera, che Galileo stesso aveva lasciato inedita, ma anche la prima pubblicazione di un’opera del grande Pisano dopo la sua morte.

Benché non fosse privo di contatti con frange importanti della comunità scientifica dell’epoca, egli non colse le soddisfazioni che le sue straordinarie capacità indagatrici dei segreti della natura gli avrebbero meritato. E, pur godendo di discreta fama tra i suoi contemporanei, benché le sue66pere fossero ricercate dopo la sua morte da personaggi come Oldenburg (lo stesso segretario della Royal Society che invitò Newton a presentare alla Society il suo telescopio e la sua nuova teoria sulla luce) e Boyle, egli è rimasto praticamente ignorato dalla storiografia scientifica per qualcosa come tre secoli, finché l’appassionato lavoro di alcuni studiosi siciliani, intorno alla metà degli anni ’80, non ne ha posto in luce l’indubbio valore di astronomo, aggiungendo un importante para-grafo alla storia dell’astronomia.

 

Galileo Galilei

Galileo Galilei - Tomasi et Palma

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